La Dott.ssa Antonella Diamanti ci parla delle ultime notizie sulla chirurgia ricostruttiva gastrointestinale autologa dell’intestino residuo per chi è affetto da Sindrome da Intestino corto

 

Una recente revisione della letteratura del gruppo SIGENP ( Teresa Capriati 1, Antonella Mosca 2, Tommaso Alterio 2 , Maria Immacolata Spagnuolo 3, Paolo Gandullia  4, Antonella Lezo 5, Paolo Lionetti 6, Lorenzo D’Antiga 7 , Fabio Fusaro 8, e Antonella Diamanti 1,*) coordinato dalla Dr. ssa Diamanti che ha coinvolto i Centri Italiani che seguono bambini con insufficienza intestinale ha voluto valutare il ruolo della ricostruzione autologa  chirurgica confrontata con la storia naturale dell’intestino corto .

Dottoressa dunque, Sindrome dell’Intestino corto: operare o non operare?

La Sindrome dell’Intestino corto rappresenta la causa più comune di Insufficienza intestinale in età pediatrica ed è dovuta ad un’estesa resezione intestinale a seguito di malformazioni congenite o patologie insorte successivamente alla nascita, quali atresia intestinale, volvolo, agangliosi totale, enterocolite necrotizzante, insufficienza vascolare mesenterica, tumori, traumi addominali.

Il tratto di intestino residuo non sarà più capace di assorbire sufficienti quantità di  macronutrienti, acqua ed elettroliti, per cui si rende necessaria un’alimentazione in vena, chiamata “Nutrizione Parenterale”. Con il passare del tempo, l’intestino tende a modificarsi per potersi adattare a questa nuova condizione, fino a rendere possibile lo “svezzamento”, ossia la sospensione della Nutrizione Parenterale e il ripristino di una alimentazione esclusiva per bocca. In alcuni individui, tali modifiche possono comportare dilatazione intestinale e successivamente alterazioni della motilità e stasi, che promuovono lo sviluppo di un’eccessiva crescita batterica nel piccolo intestino, responsabile di malassorbimento, infezioni sistemiche e compromissione epatica.

La chirurgia ricostruttiva gastrointestinale autologa dell’intestino residuo sta assumendo, in questo contesto, un ruolo sempre più importante in quanto, aumentando la lunghezza dell’intestino e la superficie della mucosa, facilita i processi di adattamento dell’intestino e riduce la dilatazione intestinale, prevenendo l’eccessiva crescita batterica. Diversi sono gli interventi utilizzati, i più comuni sono l’allungamento intestinale longitudinale, l’allungamento intestinale a spirale e l’enteroplastica seriale trasversa.

Ma davvero questi interventi sono così vantaggiosi?

Una recente revisione della letteratura condotta dalla Società Italiana di Gastroenterologia, Epatologia e Nutrizione ha rivelato che la chirurgia non offre reali vantaggi né sulla probabilità di svezzamento dalla Nutrizione Parenterale, né sull’età in cui lo svezzamento viene effettuato. In altri termini, la percentuale di svezzamento nei pazienti operati è simile a quella dei pazienti non operati. Tra l’altro, la chirurgia è gravata da alcune complicanze come ostruzioni, infezioni, aderenze addominali, fistole tra intestino e cute.

Chirurgia ricostruttiva autologa: a quali pazienti è riservata

È per questi motivi che la chirurgia ricostruttiva gastrointestinale autologa dell’intestino residuo deve essere riservata solo a candidati selezionati che possono trarne reale beneficio, ossia bambini affetti da Sindrome dell’Intestino corto che presentano dilatazione intestinale ed eccessiva crescita batterica, con incapacità ad effettuare nutrizione enterale e/o con scarsa crescita.

Altra indicazione è rappresentata dai pazienti con segni precoci di danno epatico, laddove sia presente una dilatazione intestinale.

In conclusione, la chirurgia intestinale deve essere valutata caso per caso, da parte di un team multidisciplinare costituito da chirurghi, medici e nutrizionisti, allo scopo di guidare il paziente verso il percorso terapeutico più idoneo.